Discorso pronunciato in occasione del Giorno internazionale della Memoria

Discorso pronunciato in occasione del Giorno internazionale della Memoria

27 gennaio 2019

– Fa stato il discorso orale –

Gentili signore ed egregi signori,

vi saluto anche a nome del Consiglio di Stato, esprimendo grande onore nel poter partecipare a questa serata dedicata alla Memoria.

Per quanto incomprensibile, paradossale e inumano possa apparire, ancora oggi c’è chi minimizza o nega quanto è accaduto nei terribili anni della Seconda Guerra Mondiale, quando l’uomo si rese protagonista di comportamenti criminali e abominevoli.
I fatti vengono messi in discussione dai cosiddetti negazionisti, personaggi che appartengono a una corrente storica che presenta spesso pesanti risvolti politici e che si spinge a negare la realtà e l’autenticità storica di alcune vicende.

Minimizzare, banalizzare, derubricare, addirittura negare: ecco i territori nei quali i negazionisti si avventurano, sprezzanti di ciò che la Storia ci ha lasciato in eredità.

Mi viene in mente una frase del generale americano, nonché 34° presidente degli USA, Dwight Eisenhower. Anzi, più che una frase è un’esortazione che egli rivolse ai soldati e agli ufficiali che entrarono per primi nei campi di concentramento e si ritrovarono di fronte a scene surreali, mai viste prima e destinate a segnarli per la vita. Eisenhower ordinò loro di registrare tutte le prove, filmare ogni cosa, raccogliere tutte le testimonianze possibili, circostanziare ogni fatto, fissare in un modo o nell’altro ciò che stavano vedendo perché – e cito – “lungo la strada della storia qualcuno si alzerà e dirà che queste cose non sono mai accadute”.

Fu purtroppo facile profeta: quel “qualcuno” si è davvero fatto avanti, sdoganando tesi assurde che hanno alimentato l’immenso dolore provocato dai deliri della presunta onnipotenza nazista.
Si tratta di un piccolo gruppo di persone, ma non per questo meno pericoloso: esso inietta il veleno del dubbio soprattutto nelle teste delle nuove generazioni e maggiore è la distanza che ci separa dal periodo 1939-1945, più grande diventa il rischio che il veleno faccia effetto, portando a conseguenze devastanti.

Queste persone non negano che ci siano state violenze o uccisioni, ma le spiegano con le consuete pratiche di guerra.
Sostengono che la cifra complessiva degli ebrei sterminati sia un’esagerazione, che non vi fu alcuna camera a gas e che la ricostruzione dell’Olocausto sia solo e unicamente il frutto della propaganda dei governi alleati per giustificare a posteriori la guerra o per distogliere l’attenzione dai presunti crimini contro l’umanità commessi dagli Alleati stessi.

Questi signori (che l’acuto e preveggente Eisenhower aveva definito – scusate il termine – bastards) parlano di “menzogna storica”, di “impossibilità tecnica di allestire le camere a gas”, di “oltraggio alla verità”, arrivando a definire lo sterminio ebraico un “mito”.
Tesi fantasiose e offensive, prive di qualunque fondamento storico, screditate da una quantità enorme di documenti, testimonianze dirette e di prove materiali.

L’Uomo – perlomeno l’ampia parte di umanità non ottenebrata da false e opportunistiche credenze – ha però eretto robusti argini, confinando l’indecenza in spazi chiusi e angusti: il negazionismo, inteso come negazione del genocidio del popolo ebraico e di alcuni altri eventi come il genocidio degli armeni, è infatti punito in Svizzera, Francia, Austria, Belgio, Germania, Svezia, Portogallo, Polonia, Spagna, Romania e anche in Canada e Australia.
In Svizzera dal 1994 è in vigore una legge che per questo specifico reato prevede una pena detentiva fino a 5 anni.

L’inesorabile trascorrere del tempo, la morte dei sopravvissuti di allora, l’affievolirsi della loro preziosa testimonianza orale, la disabitudine a parlare di temi che alcuni considerano secondari, non fanno che portare acqua al mulino di chi, al cospetto della Shoah, sorride e alza le spalle in segno di scherno.

Ecco che una Giornata come questa assume un valore essenziale: essa rafforza il ricordo, lo perpetua, lo ravviva e lo attualizza.
Si tratta di un momento ufficiale che ci permette di ricordare le vittime della Shoah e di tutti i crimini contro l’umanità, di ogni forma di discriminazione, di sopruso, di violazione dei Diritti dell’Uomo.
Questi ultimi sono una conquista che non è mai definitiva e attorno ai quali la nostra memoria e il nostro impegno civile non possono concedersi pause.

Dimenticarsi di ricordare, fare finta di nulla o – peggio! – negare rappresentano un’offesa nei confronti di coloro che hanno vissuto sulla propria pelle i dolori più atroci, delle loro famiglie e verso chi crede ancora nella nobiltà dell’animo e dell’anima umani.

Educhiamo quindi i nostri giovani alla consapevolezza, spieghiamogli ciò che è successo, non nascondiamogli nulla: in questo modo si svilupperà, forte e indistruttibile, la certezza che tragedie simili non accadano più.

Mi viene in aiuto una frase di Primo Levi: “Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario, perché ciò che è accaduto può ritornare, le coscienze possono nuovamente essere sedotte ed oscurate: anche le nostre”.
È assolutamente prioritario – oggi più che mai! – che i nostri giovani conoscano e comprendano i fatti per non essere, appunto, né sedotti né oscurati dal Male.
Guai se si imponesse l’indifferenza!

Come ho già detto prima, gli anticorpi che neutralizzano i regimi totalitari sono ancora più importanti oggi, epoca in cui vi sono sempre meno testimoni diretti di quegli anni.
Il rischio che corriamo è che le nuove generazioni diano per scontata la scomparsa definitiva delle dinamiche nocive che hanno spinto e tuttora spingono i popoli verso orizzonti bui.
Così non è: nulla va dato per automaticamente acquisito e tutto va invece conquistato.

Guardo con fiducia a una società solida e solidale, capace di affrontare il passato e il presente con razionalità ed equilibrio e in grado di identificare le paure senza banalizzarle.
Guardo con fiducia a una società dove si incontrano culture diverse, che esaltano le rispettive peculiarità nel rispetto della convivenza civile, democratica e liberale.
Guardo con fiducia a una società che ricorda il passato e ne fa tesoro in vista dell’edificazione di un futuro migliore.

Abbiamo tutti una grande responsabilità: impegniamoci con serietà a favore della nostra società e della dignità di ogni singolo individuo che la compone.

Discorso pronunciato in occasione della presentazione degli atti di “Lugano Città Aperta”

Discorso pronunciato in occasione della presentazione degli atti di “Lugano Città Aperta”

– Fa stato il discorso orale –

Gentili signore ed egregi signori,

vi saluto anche a nome del Consiglio di Stato, esprimendo grande onore nel poter partecipare a questo incontro.
Il mio intervento prende spunto da un verbo all’infinito, ovvero “ricordare”. È un verbo saldamente ancorato alla memoria e che ci fa tornare indietro nel tempo per riportarci a ciò che è stato e che tende a sbiadire con il trascorrere degli anni.
“Ricordare” è un esercizio a volte faticoso, ma sempre molto utile in quanto ci mette a confronto con il nostro passato: un passato che può però essere estremamente doloroso.

Nel caso specifico, il dolore provocato dalla follia nazista è stato di immani dimensioni, tanto da non essere neppure misurabile.
Ma non per questo dobbiamo far finta di nulla o – peggio – sottostimare ciò che la memoria ha riportato a galla: “ricordare” significa infatti anche capire e implica uno sforzo, una precisa presa di coscienza.

La memoria, in ogni sua forma – dalla storia al racconto, dall’arte visiva alla musica – assume un ruolo di primaria importanza poiché ci permette di non cadere ancora nell’errore.
La memoria non è mai fine a se stessa, non è un semplice esercizio di stile: essa ci fornisce invece l’assist per comprendere fino in fondo la realtà che ci circonda, analizzandola in relazione ai fatti che storicamente conosciamo.
La memoria rifiuta le interpretazioni false, forzate e offensive che, ad esempio, propongono i negazionisti. La memoria è Verità. La memoria va alimentata, non avvilita. La memoria è Storia.

Chi concorre a “costruire” la Storia?
Sono le donne e gli uomini, le generazioni che si avvicendano e si sovrappongono, i protagonisti ma anche i comprimari.
In buona sostanza, siamo noi con le nostre azioni e le nostre scelte.

Occorre quindi fare in modo di non dimenticare gli errori commessi e da quelli ripartire per diventare persone migliori, in modo da costruire tutti assieme una società migliore.

“Ricordare” significa perciò anche educare. Per quanto paradossale possa apparire, sussiste il rischio che il ricordo dei milioni di morti, degli indicibili soprusi e delle nefandezze commesse allora si affievolisca anno dopo anno. Questo rischio va scongiurato in ogni modo, anche – per non dire soprattutto – attraverso l’educazione delle nuove generazioni. Va detto a chiare lettere: chi non sa, chi non ha capito o chi finge di non sapere va informato e, appunto, educato.

L’educazione passa anche dagli atti pratici, fisici, che si possono vedere e toccare con mano: un bell’esempio è senza dubbio rappresentato dal “Giardino dei Giusti” che, al Parco Ciani di Lugano, rende omaggio ad alcune figure di ticinesi che hanno contrastato l’oppressore e salvato la vita di chi era perseguitato.
Leggere le loro gesta e comprendere il contesto storico con cui sono stati chiamati a fare i conti, è quanto di più didattico ci possa essere.

E in questo solco “divulgativo” si inseriscono perfettamente la presentazione di oggi degli atti di “Lugano Città Aperta” e la conferenza del Direttor Piotr Cywinski.

Concludo il mio breve intervento, rendendo omaggio a Federica Spitzer: una testimonianza come la sua, perpetuata dall’omonima Fondazione, risulta essenziale per comprendere fino in fondo tragedie come l’Olocausto.

Ringrazio quindi chi ha contribuito a crearla e in primis il presidente Moreno Bernasconi: coerentemente con gli ideali sostenuti da Federica Spitzer per tutta la sua vita, e che ci ha lasciato quale preziosissima eredità, la Fondazione si propone di diffondere la memoria dei genocidi, delle persecuzioni e dei totalitarismi, promuovendo il valore della libertà e la comprensione tra popoli, religioni e culture diverse.

Un obiettivo nobile, a cui tutti noi dovremmo tendere. Noi che siamo i protagonisti della Storia che stiamo contribuendo a scrivere.

Discorso pronunciato in occasione della festa per l’inizio della costruzione del Nuovo Stadio Multifunzionale Ambrì-Piotta

Discorso pronunciato in occasione della festa per l’inizio della costruzione del Nuovo Stadio Multifunzionale Ambrì-Piotta

Quinto, 22 dicembre 2018

– Fa stato il discorso orale –

Gentili signore, egregi signori
Care tifose e cari tifosi

vi saluto a nome del Consiglio di Stato e vi ringrazio per l’invito a intervenire alla festa per l’inizio della costruzione della nuova casa dell’Hockey Club Ambrì Piotta.

Sono cresciuto a poca distanza da qui, e come molti giovani della Valle sono sceso sul ghiaccio della Valascia nelle varie squadre del settore giovanile, partendo dalla scuola hockey ben 33 anni fa. Inoltre, ho pure fatto parte del Consiglio d’amministrazione di questo club. Si tratta perciò di un momento di gioia e soddisfazione anche personale.

Sono certo sia lo stesso sentimento che anima tutti voi che oggi, con la vostra presenza, dimostrate ancora una volta grande affetto per i colori biancoblù.

Per la nostra squadra del cuore è quindi quasi giunto il momento di abbandonare una pista “magica”, direi inimitabile e ineguagliabile, ricca di tradizione e di ricordi per trasferirsi in una struttura più moderna.

Un trasloco imposto anche da una serie di requisiti che occorre rispettare: in primis la sicurezza, tema caro tanto ai vertici dell’hockey svizzero quanto al mio Dipartimento; poi un’infrastruttura sportiva adeguata, la comodità per gli spettatori e l’opportunità di inserire nella nuova struttura spazi dedicati alle relazioni commerciali e alla creazione di interessanti reti di contatto. Non va dimenticato che sempre di più l’ambito sportivo è sfruttato dalle aziende per farsi conoscere e generare collaborazioni. Nella nuova struttura troverà spazio anche una sede della Protezione civile, ciò che le conferisce anche un significato pubblico.

Per tifosi e simpatizzanti, almeno inizialmente, non sarà più la stessa cosa. Il nuovo impianto porterà con sé indubbi e numerosi vantaggi, ma inevitabilmente nella vecchia pista rimarrà il ricordo di un passato glorioso fatto di vittorie e di sconfitte, di indimenticabili momenti di aggregazione vissuti sotto la volta della Valascia.

Aggiungo ancora di essere particolarmente felice che il nuovo progetto sia realizzato sempre in Leventina, ciò che – fra le altre cose – permetterà di mantenere in Valle diversi posti di lavoro. Una struttura di tale qualità favorirà poi numerose attività sul territorio, contribuendo, ad esempio, ad attirare nuovi eventi nella nostra regione. Le ricadute economiche e di visibilità saranno tangibili. Raggiungere determinati obiettivi non sarà facile, ma si tratta di una sfida che vale certamente la pena di affrontare.

Il Consiglio di Stato – che oggi rappresento – ha dimostrato nel corso degli anni di sostenere in maniera importante gli attori delle zone periferiche per migliorarne la qualità dell’offerta, anche con il Programma San Gottardo 2020.

Ricordo, ad esempio, la copertura del tratto autostradale di Airolo, che restituirà territori e qualità di vita alla popolazione, oltre, sempre restando in ambito di piste di ghiaccio, la posa di un tetto sopra la pista di Faido per potenziare l’offerta infrastrutturale e sportiva del Comune. Senza dimenticare i contributi destinati proprio a questo progetto e gli ingenti aiuti messi a disposizione dalla Confederazione.

L’opera contribuirà pure ad aumentare l’interesse attorno all’Arena alpina: maggiori saranno i contenuti a disposizione, più facile sarà “vendere” un prodotto dal grande potenziale e che andrà sfruttato in modo intelligente per garantire benefici di cui tutti potranno godere.

Sono ormai molti anni che si sente parlare della costruzione del nuovo impianto.
Come sapete bene, non si tratta soltanto di una scelta, bensì di un preciso vincolo legato alla sicurezza e imposto dalla Lega Nazionale di Hockey e di una precisa richiesta del Cantone: la zona in cui sorge la Valascia è infatti stata definita “zona rossa” a causa del rischio di valanghe, ciò che ne ha reso necessario l’abbandono.

In questi anni si è passati da momenti caratterizzati dall’euforia ad altri di sconforto, e anch’io, a volte, mi sono chiesto se fosse davvero possibile realizzare la nuova pista.
Ma con la collaborazione e il lavoro di tutti, quello che appariva essere un sogno è oggi è una splendida realtà.

Tra chi ha sempre creduto in questo progetto, impegnandosi – come sempre fa – in prima persona, c’è ovviamente il presidente Filippo Lombardi: ha trascinato il progetto, sensibilizzando e convincendo della sua bontà anche chi magari, in un primo momento, si era dimostrato un po’ scettico. La sua perseveranza è stata premiata e gli si deve riconoscere questo particolare merito.

Il progetto ora è decollato. La sfida che vi apprestate ad affrontare è molto impegnativa: sarà quella di garantire continuità alla struttura e questo al là della sua anima sportiva. Mi auguro che potrà diventare un punto di riferimento per l’intera Valle e non solo.

Sono sicuro che la tifoseria continuerà a rispondere con entusiasmo affollando anche la nuova pista per trasformarla da subito in una inespugnabile roccaforte biancoblù.
L’attuale gestione sportiva sta portando i frutti sperati e in futuro potrà essere completato il rilancio del club con un’immagine sempre più legata al territorio e a persone che quel territorio lo vivono quotidianamente. Le premesse per continuare una storia che dura ormai da oltre ottant’anni sono quindi date.

Lasciatemi, infine, ricordare il compianto Angelo Gianini, presidente della Valascia Immobiliare proprio nel periodo di spinta della nuova pista: il suo impegno è stato encomiabile e questo gli verrà sempre riconosciuto.

 

Discorso pronunciato in occasione del passaggio di Comando delle Forze Speciali (CFS)

Discorso pronunciato in occasione del passaggio di Comando delle Forze Speciali (CFS)

– Fa stato il discorso orale –

Gentili signori, egregi signore,
Quella odierna è un’altra giornata importante per il nostro Cantone, che ha ricevuto l’ennesimo attestato di stima da parte della Confederazione: siamo infatti qui a salutare formalmente l’arrivo di Nicola Guerini alla testa del Comando delle Forze Speciali dell’Esercito svizzero (CFS). Il Ticino, e non solo quello in grigio-verde, può esserne particolarmente fiero!
La decisione è stata ufficializzata lo scorso settembre e vi ripropongo volentieri ciò che scrissi allora su Facebook, annunciando la notizia: Questa settimana un ticinese è stato designato, con effetto al 1° gennaio 2019, a capo del Comando delle forze speciali dell’Esercito svizzero.
Il colonnello di Stato maggiore generale Nicola Guerini permette così al Ticino di mettersi al petto una terza stella nei comandi specialistici della nostra armata, con il Col SMG Marco Mudry (recentemente nominato a capo del Centro di competenza servizio alpino dell’esercito) e il Col SMG Antonio Spadafora (capo del Centro di competenza del servizio veterinario e degli animali dell’esercito da inizio anno). Concludevo quelle poche righe cariche di orgoglio con un “Avanti così!” che ribadisco anche oggi, al vostro cospetto.
Il Ticino si conferma perciò uno dei pilastri del nostro Esercito. Non siamo numerosissimi, ma riusciamo a produrre con regolarità personalità di elevato spessore, riconosciuta autorevolezza e comprovata preparazione. Mai come nel 2018 – e lo dico con un profondo senso di appagamento personale – l’italianità ha conosciuto una presenza così marcata ai vertici dell’Esercito, cosa che dà lustro al nostro Cantone.
Disponiamo di tanta qualità tecnica e umana, e questo ci viene riconosciuto anche oltre Gottardo, cosa non sempre scontata.
Auguro allora a Nicola che possa raggiungere tutti i suoi obiettivi e che continui sulla strada intrapresa anni fa e che si sta dimostrando lastricata di soddisfazioni. Il contesto che ti vedrà impegnato è di assoluto prim’ordine, e questo lo sai anche meglio di me.
Ricordo con piacere come il Governo sia a suo tempo riuscito a mantenere presso la piazza d’armi del Monte Ceneri il CFS, vero fiore all’occhiello del nostro Esercito. Il CFS è in grado di fornire in tutte le situazioni, immediatamente e in modo rapido, con elementi di impiego professionisti, importanti prestazioni a favore delle autorità civili: penso, ad esempio, alla protezione e all’intervento; all’esplorazione speciale e alle azioni dirette a favore delle autorità civili in Svizzera; all’acquisizione di informazioni, consulenza e protezione a favore delle autorità civili all’estero; al soccorso e al rimpatrio di cittadini dall’estero; all’assistenza militare.
A nome personale e del Consiglio di Stato, tengo anche a ringraziare l’attuale Comandante, il Colonnello SMG Christoph Fehr, per questi due anni trascorsi a capo del CFS, qui in Ticino: abbiamo stabilito un rapporto costruttivo e collaborato ottimamente nell’interesse comune. Auguro anche a te il meglio e di raccogliere sul tuo cammino futuro altre e meritate soddisfazioni!

Discorso pronunciato in occasione della Consegna dell’arma alla Scuola di polizia

Discorso pronunciato in occasione della Consegna dell’arma alla Scuola di polizia

29 novembre 2018 – Bellinzona

– Fa stato il discorso orale –

Care e cari aspiranti,

sono davvero contento di incontrarvi oggi, in una giornata che resterà per sempre nella vostra testa e nei vostri cuori e che vi sta sicuramente regalando tanta emozione. La consegna dell’arma rappresenta un ulteriore passo nel vostro percorso formativo e di crescita all’interno della Scuola di polizia.
E si tratta di un passo molto significativo, visto che da oggi diventate a tutti gli effetti agenti del nostro Corpo di polizia. Ricevete un’arma che sottende una forte assunzione di responsabilità da parte vostra, donne e uomini che hanno scelto di servire in modo attivo il proprio Paese e la sua popolazione, adoperandosi giorno dopo giorno, ogni giorno, a favore della sicurezza del Cantone.

Diceva Albert Einstein: “Dobbiamo sempre agire al meglio delle nostre possibilità. Questa è la nostra sacra responsabilità umana”.
In caso di necessità, sarete chiamati a utilizzare l’arma che avete ricevuto: per “agire al meglio delle vostre possibilità” dovete essere preparati ad affrontare nel modo opportuno anche le situazioni più delicate e meno preventivabili. Essere pronti farà parte del vostro lavoro, così come lo sarà la capacità di scegliere l’opzione migliore in contesti non facili. Potreste essere chiamati a decidere in pochissimi istanti cosa fare e cosa non fare ed è altamente probabile che in quell’occasione sarete soli. Ma in quei momenti sarete aiutati dall’approfondita formazione che state ricevendo in questi mesi.

Fortunatamente, i casi in cui vostri colleghi hanno dovuto esplodere un colpo di pistola sono piuttosto rari (ricordo i fatti accaduti a Novazzano nel febbraio 2016 e a Brissago nell’ottobre 2017), ma ciò non toglie che di fronte a una grave minaccia, e come ultima ratio, potreste essere costretti a estrarre l’arma dalla fondina e fare fuoco. Comunque vada, non sarà una scelta priva di conseguenze. È inevitabile.
Ma la preparazione cui siete e sarete sottoposti, il sostegno dei vostri istruttori, la capacità di gestire l’ansia e lo stress, la perfetta conoscenza dell’arma, vi permetteranno – come detto prima – di fare la cosa giusta al momento giusto. Di questo non ho alcun dubbio!

Siete motivati, entusiasti e soprattutto siete perfettamente consapevoli di quello che state facendo e della strada che state percorrendo: lo dimostra il fatto stesso che oggi siete qui con gli occhi che brillano di emozione, orgogliosi come lo sono io. La vostra consapevolezza mi rende sereno.

Se le vostre azioni saranno proporzionate alla situazione, sappiate che potrete sempre contare sul sostegno del Corpo, del Comandante e del sottoscritto.
Siate coscienti che, in un modo o nell’altro, qualsiasi scelta che farete sarà importante e che dovrete avere sempre l’umiltà e l’intelligenza di lasciarvi guidare da chi ha più esperienza di voi.
Siate ottimi agenti, ma soprattutto brave persone, non cedete alle facili tentazioni, evitate le scorciatoie e proseguite il cammino certo e retto che avete intrapreso.
Siate fieri di indossare quella divisa e consapevoli del significato di quell’arma.
Operate con coraggio e con proporzionalità, agite nella maniera opportuna come richiesto dal codice deontologico e dalla legge.

Avete ricevuto un’arma.
Le mani che ve l’hanno consegnata appartengono alle istituzioni che rappresentate e ai cittadini che siete chiamati a tutelare.
Vi abbiamo affidato non solo un’arma, ma anche la nostra totale fiducia: non dovete mai dimenticarlo.

A marzo vivrete un altro momento che segnerà la vostra carriera: la dichiarazione di fedeltà.
Quel giorno concluderete il vostro iter formativo e inizierete una nuova e stimolante sfida professionale nei Corpi di Polizia.

In questo specifico settore, sta cambiando molto.
Proprio in questi giorni abbiamo presentato l’assetto della Polizia ticinese del prossimo futuro.
Prima di scendere nei particolari, va ricordato che lo scorso aprile, dopo che il Consiglio di Stato ha preso atto del lavoro del gruppo denominato “Polizia ticinese”, il Dipartimento delle istituzioni ha sottoposto il progetto a una consultazione cui hanno preso parte 6 Comuni polo, 52 Comuni, 2 Associazioni e il Ministero pubblico.
Dopo aver raccolto le considerazioni emerse, il Dipartimento delle istituzioni ha deciso di procedere entro la fine del 2018 alla definizione di nuovi compiti per le Polizie comunali secondo quanto previsto anche dal progetto TICINO 2020.

Tra queste nuove competenze figurano ad esempio i controlli in materia di violazione della Legge sugli stranieri (dimore fittizie), gli incidenti stradali e il commercio ambulante.
Inoltre, nei prossimi anni il numero minimo di agenti per le polizie strutturate aumenterà gradualmente in una prima fase da 5 a 15 e successivamente a 20 (senza contare il Comandante del Corpo).
Infine, si procederà con l’attuazione di una serie di misure che miglioreranno il coordinamento all’interno delle Regioni di Polizia, favoriranno la centralizzazione delle necessità informatiche e logistiche e definiranno una struttura organizzativa “standard” per le polizie dei Comuni Polo.

Queste le novità riassunte forzatamente per sommi capi, perché i cambiamenti sono davvero tanti e il tempo per parlarvene poco.
Una cosa non deve invece cambiare: la vostra dedizione alla causa.
Venisse a mancare, o solo scricchiolasse, l’intero sistema ne risentirebbe pesantemente.

Vi auguro un eccellente proseguimento della vostra formazione e della vostra carriera, al servizio dei cittadini!

Discorso pronunciato in occasione dell’evento “Cavaliere del Cuore 2017-2018”

Discorso pronunciato in occasione dell’evento “Cavaliere del Cuore 2017-2018”

26 novembre 2018 – LAC Lugano

– Fa stato il discorso orale –

Gentili signore, egregi signori,
inizio il mio intervento citando una frase Sofocle: “L’opera umana più bella è di essere utile al prossimo”. Credo che non ci sia nulla di paragonabile all’aiutare qualcuno soltanto per il piacere di farlo oppure per ottemperare al proprio senso del dovere in modo spontaneo e genuino. Credo che non ci sia nulla di più gratificante di mettersi al servizio degli altri senza porsi domande, agendo guidati dall’istinto e dalla volontà di fare del bene.
Le persone che omaggiamo stasera sono persone speciali, anche se hanno fatto qualcosa che dovrebbe rientrare nei canoni della normalità: aiutare gli altri. Purtroppo, nell’attuale società non sempre capita.

Sono quindi davvero orgoglioso dell’invito che la Fondazione Ticino Cuore mi ha fatto e che ho subito accolto: sin dal 2005, anno della sua costituzione, ne seguo la crescita e lo sviluppo, ammirandone le tante iniziative. Il suo scopo principale è l’aumento della sopravvivenza delle persone colpite da arresto cardiaco improvviso in un Ticino dove, lo ricordo, annualmente si verificano tra i 250 e i 300 arresti cardiaci improvvisi.

Un grande contributo per migliorare la sopravvivenza e la qualità di vita del paziente colpito da un arresto cardiaco – leggo sul sito della Fondazione – è dato dalla possibilità di mettere in atto quanto prima le misure salvavita e la rianimazione cardiopolmonare, associate all’impiego di defibrillatori automatici esterni da parte di soccorritori laici adeguatamente formati. L’importanza dei defibrillatori è nota a tutti.
Essi sono ormai presenti in ogni angolo del nostro Cantone: nei Comuni, nelle aziende, nelle scuole, negli impianti sportivi e anche in quasi 40 sedi di Polizia cantonale e comunale. Gli sforzi compiuti in questo ambito si dimostrano paganti.

E vengo a voi, carissimi “Cavalieri del Cuore”.
Avete dimostrato altruismo e coraggio, nobiltà d’animo e generosità, spingendovi a volte oltre i vostri limiti allo scopo di salvare la vita di donne e uomini che, nella stragrande maggioranza dei casi, neppure conoscevate.

La gratificazione che vi è stata riservata stasera è meritatissima.
Sono però sicuro che il premio al quale tenete di più lo avete già ricevuto: esso consiste nel sapere che la persona che avete salvato sta bene, che la sua vita prosegue oggi allo stesso modo di prima.

La Fondazione Ticino Cuore organizza questo momento di incontro per poter formalmente ringraziare le persone, le strutture e le istituzioni che hanno dato il loro concreto supporto al Progetto e in particolare a coloro che, con grande senso di responsabilità, si sono appunto attivate nella pratica della rianimazione cardiopolmonare.

Ad oggi, sono circa 600 le persone che hanno ricevuto il diploma di Cavaliere del Cuore.
Fra loro ci sono innanzitutto coloro che appartengono ai servizi partner degli enti di soccorso, come polizia, pompieri, guardie di confine: si rivela infatti determinante, per la riuscita dell’attività di Ticino Cuore, il buon rapporto di collaborazione instaurato con questi enti.
Sono proprio loro che, grazie a una capillare presenza sul territorio, riescono ad accorrere sul luogo dell’evento prima dell’arrivo delle équipe di soccorso sanitario: una loro adeguata preparazione per intervenire prontamente in caso di arresto cardiaco può rivelarsi quindi vitale.

A ottenere il diploma di Cavaliere del Cuore sono naturalmente anche tutti quei cittadini “comuni” che, difronte a una situazione di arresto cardiaco, si sono prodigati nelle prime misure di rianimazione.
Un’adeguata formazione è anche in questo caso spesso decisiva.

Un saluto affettuoso va ovviamente anche – e soprattutto! – a coloro che sono stati rianimati con successo e che sono qui, stasera, a consegnare di persona il riconoscimento ai loro “salvatori”.
Mi hanno detto che tra salvatore e salvato nasce un rapporto inscindibile, che supera il concetto stesso di Amicizia.
Posso solo immaginare quali emozioni provino salvatore e salvato quando si ritrovano dopo che il peggio è ormai solo un lontano ricordo.
Penso si tratti di un momento ricco di umanità e anche di grande commozione, esattamente come quello che stiamo vivendo stasera.

Vi ringrazio.

Discorso pronunciato in occasione dell’assemblea generale ordinaria dell’Associazione dei Comuni ticinesi (ACT)

Discorso pronunciato in occasione dell’assemblea generale ordinaria dell’Associazione dei Comuni ticinesi (ACT)

Giovedì 22 novembre 2018 – Lugano, Sala del Consiglio comunale

– Fa stato il discorso orale –

Gentili signore ed egregi signori,
prima di tutto vi ringrazio per l’invito alla vostra assemblea, che mi dà anche l’opportunità di aggiornarvi su due importanti dossier: il Piano comunale delle aggregazioni (PCA) e Ticino 2020.

Permettetemi di iniziare questo mio intervento con una premessa che ritengo doverosa: quando parliamo di autonomia comunale facciamo riferimento ai compiti promossi a livello locale e che per legge non sono attribuiti né alla Confederazione né al Cantone.
Come recita la Costituzione cantonale, questa è definita “autonomia residua”.

Negli ultimi 20-25 anni la mappa dei Comuni è stata ridisegnata in ossequio alla visione cantonale della politica aggregativa e dei suoi obiettivi a medio-lungo termine che, appunto, ha quale perno centrale la rivitalizzazione e l’attribuzione al Comune di maggiore autonomia.
Stiamo quindi assistendo a varie trasformazioni, che hanno mutato le realtà locali e che possono essere riassunte attraverso alcune cifre significative: all’inizio del millennio i Comuni erano 245, ora sono 115 e tra poco più di un anno il loro numero potrebbe scendere a 107; nel 2000 la popolazione media era di poco superiore ai 1’200 abitanti, mentre oggi se ne contano quasi 3’100; le risorse fiscali medie pro capite sono passate da 3’397 a 4’129 franchi.
Ma la statistica che ritengo più eloquente si riferisce al moltiplicatore politico: in un breve lasso di tempo, il numero dei Comuni con un’aliquota pari al 100% è passato da 112 (16% della popolazione) a 15 (2%).
Cosa significa?
Significa che mediamente l’ente locale ha visto migliorare la sua situazione finanziaria, cosa perfettamente aderente agli intendimenti del Cantone.
Un risultato raggiunto anche grazie ai 120 milioni di franchi stanziati dal Cantone quali misure di risanamento nell’ambito dei diversi progetti aggregativi finora condotti.
Oggi possiamo quindi parlare di “Comuni potenzialmente rivitalizzabili”, ai quali sarà possibile restituire parte delle competenze strategiche e operative che gli sono state tolte o che non gli sono state attribuite nel tempo.
Si tratta di competenze che gli spettano soprattutto in considerazione del loro interesse prevalentemente locale. Di conseguenza, il ruolo stesso del Comune potrà riprendere quota.

Le ragioni che nel corso dei decenni ne avevano progressivamente ridotto il peso specifico sono diverse. Ne cito alcune in ordine sparso: una dimensione a volte insufficiente, un’incapacità amministrativa non generalizzata ma comunque qua e là presente, risorse limitate e non di rado retribuite in maniera troppo eterogenea.
La somma tra due o più di questi fattori, o anche uno solo di essi, ha comportato l’impossibilità di fornire ai cittadini risposte commisurate ai loro bisogni, generando uno scollamento che va invece assolutamente evitato.

Il PCA si muove proprio nel solco della necessità di allineare le “capacità” dei Comuni ticinesi con i bisogni dei cittadini: in assenza di tale equilibrio, il Comune perde sostanza e senso, ciò che si riverbera negativamente sul Cantone. Muoversi in questa direzione genera quindi benefici di cui tutti possono approfittare.

Il PCA va dunque considerato uno strumento strategico concepito per indicare in modo trasparente e previsibile la visione cantonale. Esso, quale punto centrale, prevede un’attivazione “dal basso”, priva di ogni e qualunque imposizione: in linea di principio mai e poi mai dal Cantone arriveranno dei diktat, non esistono ricatti. Si tratta quindi di una maturazione che nella sua fase nevralgica avviene alla base e che pertanto, come detto in precedenza, conferisce giusto e giustificato risalto al ruolo del Comune.

Il mio Dipartimento ha fatto la sua parte, tenendo in debita considerazione le vostre aspettative: il PCA, nella sua stesura definitiva, dà seguito alle indicazioni dei Comuni, confermando le misure più largamente condivise e lo stralcio di quelle dalle valutazioni contrapposte o poco condivise.

C’è ovviamente il rovescio della medaglia: se da un lato l’ideale Comune ticinese del prossimo futuro potrà godere di un’autonomia strategica e operativa maggiore, dall’altra dovrà essere capace di assumersi la totale responsabilità del suo operato, adeguando ad esempio le proprie strutture organizzative, le competenze interne e gli strumenti che ne determinano il funzionamento.

L’obiettivo inserito nello studio “Il Cantone e i suoi Comuni, l’esigenza di cambiare”, che di fatto ha dato il via nel 1998 alla Riforma istituzionale dei comuni ticinesi, resta dunque quanto mai d’attualità: l’intendimento era e rimane quello di ridare al Ticino un panorama di Comuni forti e attivi, recuperando la vitalità e la progettualità e rafforzandone struttura e capacità amministrativa.

A titolo informativo, vi segnalo infine che a metà dicembre il messaggio concernente il PCA sarà trasmesso al Parlamento.

Detto questo, concludo con un paio di annotazioni relative al progetto Ticino 2020.
Gli intendimenti di fondo sono noti e così riassumibili: partendo da una nuova geografia comunale, disegnata dalle aggregazioni finora realizzate, viene proposta una revisione strutturale dei compiti e del flussi esistenti, che implicano a loro volta la riconfigurazione del sistema perequativo – perno della storica solidarietà fra i Comuni stessi – e la riorganizzazione dell’amministrazione cantonale e comunale, come spesso auspicato anche dall’opinione pubblica.
La riforma non mira a semplici correttivi, bensì a ripristinare un sistema istituzionale performante, lineare e trasparente, un’inversione di tendenza che permetterà di rafforzare la capacità di azione soprattutto a livello locale, in nome di un principio molto importante: la prossimità tra il cittadino e le autorità.
Anche qui occorre essere chiari e pragmatici: il successo di questo progetto dipende in modo sostanziale da fattori quali la fiducia reciproca e l’impegno di tutti a voler ricercare la soluzione migliore per il cittadino. Mancassero queste premesse ben difficilmente arriveremo a ottenere i risultati che ognuno di noi in cuor suo si attende.

La mia speranza è che si riesca a creare un clima costruttivo che, attraverso un dialogo franco, aperto e propositivo, conduca a soluzioni condivise.
Vi ringrazio.

Discorso pronunciato in occasione della Cerimonia commemorativa per la fine della I Guerra Mondiale

Discorso pronunciato in occasione della Cerimonia commemorativa per la fine della I Guerra Mondiale

Bellinzona, 11 novembre 2018

– Fa stato il discorso orale –

Egregi signori,
Gentili signore,

commemorare la fine della Prima guerra mondiale in Ticino e in Svizzera non significa esaltare una vittoria o prodezze militari, bensì ricordare solennemente tutti quei cittadini-soldato che prestarono i loro 500 giorni di servizio a favore della neutralità armata del nostro Paese e della protezione delle nostre frontiere.

I soldati svizzeri che siamo qui a onorare oggi, a giusto 100 anni dal termine della cosiddetta “Grande Guerra”, non vissero le dilanianti esperienze delle trincee, della guerra di logoramento, dell’uso dei gas e delle “bombe mostarda”, oppure degli ordini mortali imposti per guadagnare solo pochi metri di terreno. Niente di tutto questo, per fortuna nostra e dei nostri antenati cittadini-soldato. Solo la lontananza da casa fu il problema maggiore, visto dagli occhi del soldato che in quanto cittadino vedeva la sua mancanza quale indispensabile forza lavoro nelle attività, in buona parte ancora rurali e artigianali.

Il loro impegno alla protezione delle frontiere svizzere, vide sicuramente momenti di grande tensione lungo il confine franco-tedesco, in quanto le due armate a nord si duellavano alla conquista di pochi metri lungo le linee di difesa rispettivamente di attacco e, come fu per lo Stato neutrale del Belgio, un attacco attraverso la Svizzera per aggirare le linee fortificate era possibile. Anche lungo il confine italo-austriaco si verificarono episodi, in cui i soldati svizzeri difesero il territorio svizzero in Val Monastero dai tentativi di aggiramento degli Alpini o dei Kaiserjäger che combattevano sui pendii dello Stelvio.

Un impegno militare quindi giustificato quello degli uomini che siamo qui oggi ad onorare, ma pure delle donne e delle famiglie che – a casa – subirono l’assenza per quasi un anno e mezzo dei loro mariti e padri, senza che fosse prevista un’indennità di perdita di guadagno.

La Prima guerra mondiale dimostrò, qualora ce ne fosse bisogno, il ruolo centrale della donna nella comunità. L’assenza degli uomini in servizio militare accentuò la loro funzione sociale, soprattutto di conduzione della famiglia e delle aziende agricole; la guerra nelle campagne e in montagna aveva portato via non solo le braccia ma anche gli animali da soma. L’emancipazione completa era però ancora lontana, visto che dovettero passare quasi 50 anni per l’ottenimento del diritto di voto. Le famiglie patirono, a seguito della guerra economica tra le potenze belligeranti, di periodi di malnutrizione che poi fu il terreno fertile per la diffusione dell’epidemia influenzale (la mietitrice “spagnola” con oltre 25mila vittime), che dimostrò la debolezza fisica della nostra popolazione, soprattutto nelle città.

La “Grande guerra” evidenziò la grande spaccatura sociale, tra ricchi e poveri, ma soprattutto tra città e campagna, dove nelle aree urbane le famiglie operaie patirono molto di più la malnutrizione e il rincaro delle derrate alimentari, rispetto alle famiglie agricole nelle campagne che disponevano di prodotti propri e poterono anche approfittare del rincaro interno. Questa spaccatura venne accentuata anche dai moti rivoluzionari durante la guerra, soprattutto da quella bolscevica in Russia che veniva vista con forte diffidenza dalla classe politica e dalle classi rurali.

Seguirono periodi di confronto sociale, che portò a scontri tra autorità e operai, con l’improprio utilizzo dei cittadini-soldato quale elemento di sicurezza interna. Ma furono momenti che indicarono chiaramente che si dovevano trovare soluzioni di carattere sociale e previdenziale, rispettivamente che oltre alla conduzione della difesa bellica nell’ambito della neutralità armata, andava prevista anche una difesa spirituale che tenesse unito un Paese diviso in lingue, culture e ceti.

Attorno alla Svizzera con la fine della Prima guerra mondiale si dissolsero i Grandi imperi centrali di Germania e Austria-Ungheria, dando forza e vita all’autodeterminazione che portò alla nascita di numerosi nuovi Stati nazionali e – al nostro confine orientale, l’integrazione del Sud Tirolo e del Trentino nel Regno d’Italia. Quella che fu vista come la fine di un conflitto bellico lungo e logorante, non fu altro che il prologo di quello che seguirà 20 anni più tardi e che fu ancora più globale e devastante.

Torniamo a noi. Le Autorità militari e politiche cantonali rendono oggi onore ai cittadini-soldato che durante la Prima guerra mondiale perirono durante il servizio attivo, rispettivamente agli uomini e soprattutto alle donne che si impegnarono per tenere forte e unita la nostra comunità.

 

 

 

 

 

 

 

 

Discorso pronunciato in occasione dell’assemblea ordinaria dell’Unione segretari comunali ticinesi (USCTi)

Discorso pronunciato in occasione dell’assemblea ordinaria dell’Unione segretari comunali ticinesi (USCTi)

26 ottobre 2018 – Lugano, Villa Ciani

– Fa stato il discorso orale –

Gentili signore ed egregi signori,
due anni fa ho avuto il piacere di essere presente all’assemblea del centenario della vostra Associazione e allora ebbi modo di sottolineare alcuni aspetti che mi permetto di riproporre in parte oggi, perché ancora del tutto attuali.
Non ho alcuna difficoltà a definire il segretario comunale una figura centrale per i nostri enti locali. Ricoprite dunque un ruolo altamente strategico e siete un ingranaggio essenziale all’interno dell’articolato meccanismo di un Comune.

Siete una medaglia con due facce complementari: siete infatti un punto di riferimento all’interno dell’amministrazione, per la quale svolgete una moltitudine di compiti e per cui dimostrate un forte senso di appartenenza, così come lo siete in rapporto all’esterno: alludo ovviamente al rapporto con il cittadino, con il quale non di rado entrate in contatto diretto.

Stiamo assistendo in questi anni alla rapida trasformazione della società e dei cittadini che la compongono: cambiano le abitudini, si moltiplicano le sollecitazioni e aumenta costantemente la varietà dei problemi da affrontare e che il cittadino ci chiede di risolvere. Cresce di pari passo anche la vostra responsabilità.
In un contesto istituzionale in costante divenire, Municipi e Consigli comunali contano su di voi per tradurre in pratica quotidiana gli obiettivi in favore del benessere del cittadino. Per essere progettuali e raggiungere i loro obiettivi, gli Esecutivi devono poter contare su una struttura performante, efficace ed efficiente, gestita in modo professionale da persone competenti, preparate e attente ai mutamenti in atto.

I Comuni moderni non hanno più le caratteristiche dei Comuni di qualche decennio fa. Quante cose sono cambiate in un lasso di tempo relativamente breve!
Il Comune di oggi sta attraversando una fase di transizione, le aggregazioni hanno mutato, stanno mutando e muteranno il volto del nostro Cantone e gli enti locali assumono nuove dimensioni territoriali e organizzative.

Il segretario comunale è in prima linea, chiamato com’è a gestire e contribuire alla metamorfosi del suo Comune, a dotare delle risorse e delle competenze necessarie l’amministrazione comunale affinché sia in grado di assumere compiti e ruoli sempre più complessi.

Pensando al segretario comunale moderno mi viene in mente una figura poliedrica: una figura centrale che, come detto, assicura un essenziale supporto ai Municipi; una figura che funge da punto di riferimento per i cittadini; una figura che rappresenta l’interlocutore privilegiato con gli altri enti pubblici.

Il Ticino dei Comuni guarda al domani e lo fa con entusiasmo e progettualità. Il Comune gioca un ruolo importante nelle trasformazioni in atto: ne fa parte, ma ne è anche protagonista. Il Comune di domani sta quindi prendendo forma, grazie anche al Piano cantonale delle aggregazioni e alla riforma Ticino 2020 che intendono riorganizzare non solo la geografia locale, ma anche i compiti e i flussi dei vari livelli istituzionali.

Si tratta di dotare il federalismo di Comuni funzionanti e funzionali, che sappiano conservare – se non addirittura accrescere – l’elevato standard di servizi ai cittadini. E questo è un ragionamento che vale nelle valli come nei centri urbani.
Quello della “qualità” deve infatti essere un obiettivo universale, perseguito da ognuno di noi nel suo ruolo e con le sue competenze.
Anche in questo contesto, la collaborazione rappresenta la necessaria base su cui edificare un futuro solido, il punto di partenza di un percorso virtuoso.
Tra i protagonisti di questa evoluzione, che per certi versi assume la connotazione di una vera e propria rivoluzione, c’è proprio il segretario comunale.

I tempi e le abitudini dei cittadini cambiano, di riflesso le sollecitazioni aumentano e le competenze crescono.
A voi che siete perennemente in prima linea si richiede maggiore capacità decisionale, indipendenza e autorevolezza, così come la perfetta padronanza di dossier complessi, l’abilità nel razionalizzare le risorse e una spiccata capacità di condotta.
Non si tratta di un mestiere facile, lo so bene, ma sono sicuro che ognuno di voi ha dentro di sé una grande motivazione che ogni giorno si riverbera sulla qualità del proprio operato.

Tengo infine a testimoniarvi nuovamente quanto il mio Dipartimento sia consapevole della vostra importanza.
Non intendiamo limitarci a una semplice pacca sulle spalle.
Il vostro lavoro va maggiormente riconosciuto e nobilitato.

 

Discorso pronunciato in occasione della presentazione dell’evento “PatriziAmo”

Discorso pronunciato in occasione della presentazione dell’evento “PatriziAmo”

1 ottobre 2018 – Lugano

– Fa stato il discorso orale –

Gentili signore, egregi signori,

quello dei Patriziati è un tema a me caro in quanto considero questi storici enti una parte integrante e rappresentativa della nostra società. Noto, purtroppo, che a volte la loro importanza passa un po’ in secondo piano e che c’è chi ne dimentica il fondamentale ruolo che essi ricoprono. Un ruolo che attraverso le aggregazioni comunali – e la Città di Lugano ne è una testimonianza significativa – ha trovato una nuova energia, oserei dire una nuova vita. E qui faccio riferimento tanto alle aggregazioni di valle quanto a quelle urbane. Pensiamo ad esempio a quanto accaduto di recente nella Nuova Bellinzona, dove i Patriziati sono stati integrati quali elementi di collante territoriale e di salvaguardia delle numerose comunità confluite nell’agglomerato urbano. Un meccanismo che ha unito e non certo diviso. La Città di Lugano, come accennato, ha vissuto un’esperienza simile, seppur maggiormente dilatata nel tempo, e ora la nuova realtà comunale conta 15 Patriziati solidi, armonici e con un’interessante storia da raccontare.

Lasciatemi fare qualche numero: a confermare la tesi che si tratti di un ente radicato e ancora attuale, oggi in Ticino si contano 201 Patriziati e ben 90mila patrizi. Essi sono proprietari del 75% dei circa 140mila ettari del territorio boschivo che ci circonda. Si occupano con passione, spirito corporativo e con assoluta dedizione della gestione delle proprietà comunitarie quali i boschi, che citavo poc’anzi, ma anche le cave, gli alpi, i caseifici, oltre alle infrastrutture sportive e turistiche. Insomma: i Patriziati sono un patrimonio su cui ogni ticinese – patrizio o no – sa di poter contare. L’attaccamento alle nostre radici, alla nostra identità, non è un limite, bensì una preziosa risorsa. Infatti, un albero per crescere ha bisogno di radici profonde per poter svettare e resistere alle tempeste.

Fortunatamente, il Ticino può affidarsi a Patriziati che guardano al futuro con entusiasmo, sostenuti in questo atteggiamento costruttivo dai Comuni e dal Cantone, con i quali collaborano attivamente. So per certo, perché ne ho esperienza diretta, che il dinamismo non manca, che ci sono Patriziati propositivi e innovativi nella promozione di progetti di gestione e valorizzazione del territorio, in ambiti classici come quello agricolo o quello forestale, ma sempre più anche nel turismo, nel sociale e nel settore culturale. Il Patriziato vive all’interno di una società e si sviluppa con essa, offrendo un servizio essenziale per la comunità locale e quindi, di riflesso, per tutto il Cantone, innescando un circolo virtuoso dal quale non può che trarne beneficio la collettività.

Il mio Dipartimento, proprio perché consapevole della centralità dei Patriziati e perché intimamente convinto della necessità di sostenere nei fatti la triade Patriziato-Comune-Cantone, mette a disposizione la sua consulenza (attraverso i propri Servizi), così come un aiuto finanziario tramite il Fondo di aiuto patriziale e il Fondo per la gestione del territorio. Se i progetti sono validi, e nella quasi totalità lo sono, noi – il Cantone e il Dipartimento – ci siamo!

In questo contesto di costruttiva sinergia, occorre evidenziare il prezioso lavoro di mediazione svolto dall’Alleanza patriziale ticinese (ALPA), con la quale portiamo avanti numerose iniziative e attività. Nata nel 1938, l’ALPA sostiene i Patriziati e promuove la collaborazione con i Comuni in modo da creare le condizioni-quadro favorevoli alla gestione sostenibile del territorio che, assieme alle persone, è il nostro bene più prezioso. Posso solo confermare quanto ho già avuto modo di sottolineare in altre occasioni: il nostro rapporto è sempre stato eccellente e sono sicuro che potrà consolidarsi ulteriormente nei prossimi anni, generando ricadute benefiche all’istituto patriziale.

Termino con una promessa: con il Dipartimento e i miei collaboratori, partendo dal Capo della Sezione enti locali Marzio Della Santa, continueremo a impegnarci per dare il nostro contributo a favore dei Patriziati ticinesi. Belle iniziative come la vostra, caro Sindaco e caro Presidente, non fanno altro che portare abbondante acqua al mulino dei Patriziati, rinnovandone la nomea e avvicinandoli ancor di più a coloro che non ne conoscono azioni e finalità. Apprezzo davvero molto l’idea di dedicare un evento – inserendolo oltretutto in un contesto nobile come il patio del Municipio di Lugano – alle attività dei Patriziati e ai prodotti che ne derivano. Essi hanno molto da offrire, rappresentano un servizio essenziale alle comunità locali, valorizzano il prodotto indigeno, promuovono il territorio e la cultura tenendo ben salda la barra della tradizione, coniugata però con l’innovazione.

I Patriziati hanno origine nel nostro passato, giocano un ruolo da protagonisti nel presente e guardano con entusiasmo a un futuro che concorrono a costruire. L’albero della Città di Lugano può contare su vive e profonde radici, rappresentate dai suoi 15 Patriziati, e su esso continua a crescere nell’interesse di tutto il Cantone.
Insomma, i Patriziati non sono i custodi di fredde ceneri, bensì vivaci ravvivatori del fuoco dello spirito del XXI secolo.