«Le rivalità le ho vissute sulla mia pelle»

«Le rivalità le ho vissute sulla mia pelle»

Dal Corriere del Ticino | C’è un ticinese che può spiegare cosa significa correre per il Consiglio federale: si tratta del consigliere di Stato Norman Gobbi. In questa intervista al Corriere del Ticino ricorda (senza rimpianti) quella fase intensa della fine del 2015 quando uscì sconfitto lui e il Ticino. L’eletto fu il romando Guy Parmelin. Gobbi ricorda le rivalità che ha vissuto sulla sua pelle, a partire dal no secco del PS. Dà qualche consiglio a PLR, lanciando però qualche frecciatina.

Con quale spirito sta seguendo le prime mosse ticinesi in vista dell’elezione di un nuovo consigliere federale?

«Come tanti cittadini ticinesi seguo l’evolversi della situazione e il dibattito in corso sui media, soprattutto quelli d’oltre San Gottardo che hanno pubblicato diverse interviste e valutazioni. Ovviamente con la speranza che il ticinese o la ticinese che un giorno andrà in Governo a Berna possa rappresentare con entusiasmo il nostro Cantone».

Lei è stato l’ultimo protagonista di una corsa verso la stanza dei bottoni per diventare uno dei cosiddetti sette saggi. Ogni tanto le capita ancora di pensarci?

«Onestamente no. Non sono una persona che si sofferma sui fatti passati. Incassato il risultato e digerita l’amarezza per la mia mancata elezione, ho guardato avanti e ho dedicato il mio impegno e il mio entusiasmo alla carica che ricopro in Consiglio di Stato».

L’operazione Gobbi fallì a causa di quale fattore?

«Il partito socialista ticinese brigò affinché io non venissi sostenuto dal loro gruppo alle Camere federali, tant’è che l’unico ordine di voto palese dato dal PS svizzero fu proprio quello di non votare Norman Gobbi. La Romandia ha saputo cogliere l’occasione di focalizzarsi su un loro terzo consigliere federale, in questo caso democentrista. Anche se poi, vedendo i risultati nelle recenti votazioni cantonali in Vallese, e nei cantoni Neuchâtel e Vaud l’UDC non è riuscita ad approfittare della spinta ottenuta grazie all’elezione di Parmelin».

Ritiene di avere compiuto qualche errore tattico?

«In molti mi hanno riconosciuto di aver fatto bella figura nelle audizioni davanti ai gruppi parlamentari. Purtroppo a conti fatti questo non è bastato: contano molto di più le tattiche di partito, soprattutto degli altri».

Allora staccò, da leghista fino al midollo, la tessera dell’Unione democratica di centro (UDC) per poter essere formalmente della partita. Successivamente l’ha poi sempre rinnovata?

«Certamente. E ho anche partecipato alle assemblee del partito che si sono tenute in Ticino e nella Svizzera interna. Ricordo che la Lega dei ticinesi e l’UDC intrattengono ottimi rapporti e negli scorsi anni hanno siglato un accordo di collaborazione almeno fino al 2019».

I rumors delle ultime settimane lasciano sperare che sia tornato il turno del Ticino dopo tanti (c’è chi dice troppi) anni d’assenza. Ci credeva più quando in lizza c’era lei o le condizioni sono maggiormente favorevoli oggi?

«È difficile dirlo: le dinamiche di un’elezione federale sono sempre imprevedibili. Nel 2015 oltre alla voglia di riscatto per il nostro Cantone sentivo il sostegno di tante persone, cosciente che le tattiche parlamentari erano decisive. La grande sfida per il PLRT – stando alle voci di corridoio e a quello che si sente e si legge sui media – sarà capire se puntare su più nomi o trovare un candidato che faccia l’unanimità del partito. Ma su questo ultimo punto storicamente si sa che il partito liberale radicale ha sempre faticato».

Sulla carta quel posto tocca al PLR e i papabili emersi in queste settimane sono Ignazio Cassis, Christian Vitta e Laura Sadis. Oggi è attesa la scelta ufficiale. Lei, che non teme mai di dire ciò che pensa, chi sceglierebbe?

«Ho avuto modo di lavorare con tutti e tre nella mia carriera politica: con Ignazio in Consiglio nazionale mentre con Laura e Christian in Consiglio di Stato e in Gran Consiglio. Sono tre figure molto differenti tra di loro e con un’impostazione che non ha nulla a che vedere con la mia persona. Ovviamente come leghista preferirei scegliere fuori dal PLR. Ma per rispetto della mia carica preferisco non esprimermi, in fondo non toccherà a me dover decidere».

Con il collega di Consiglio di Stato Vitta avete discusso di cosa significa correre per Berna?

«Al di fuori di qualche battuta non abbiamo tematizzato la questione. Immagino che Christian dovrà valutare con attenzione e conoscendolo pondererà accuratamente i pro e i contro di una simile esperienza. Una scelta non facile, parlo proprio con la consapevolezza di chi ci è passato. E ovviamente bisogna capire come intende muoversi il suo partito».

A parole c’è tanta voglia di un ticinese in Consiglio federale. Ma questa realtà supera ogni possibile scoglio d’ordine politico e partitico?

«Purtroppo no, e l’ho vissuto sulla mia pelle. Alcune rivalità regionali e partitiche non vengono a cadere nemmeno di fronte all’esigenza e alla voglia di avere un rappresentante ticinese nel Governo federale».

Ma col vento che tira in Ticino un leghista o un liberale radicale non fa alcuna differenza?

«In realtà c’è differenza: noi leghisti abbiamo un approccio diverso, più pragmatico rispetto ai partiti storici. Lo abbiamo dimostrato in più occasioni. Le cito la votazione sul casellario giudiziale: il collega Claudio Zali ed io abbiamo sostenuto gli interessi delle nostre cittadine e dei nostri cittadini. Anche in Consiglio federale sarebbe questo lo spirito che porterebbe un leghista: pensare prima di tutto al benessere del Ticino. Mi auguro ovviamente che anche chi correrà per la carica a Berna metta questo al primo posto. Ma posso garantire sui leghisti, non sugli altri».

Il Ticino, lo sappiamo noi ma anche al Nord delle Alpi, è politicamente propenso al litigio. Significa che i nostri avversari avranno anche questa volta terreno facile nell’evidenziare questa realtà per portare acqua al proprio mulino?

«Più che la propensione al litigio l’impressione che ho avuto, partecipando regolarmente alle riunioni oltre San Gottardo, ma soprattutto durante la campagna come candidato per il Consiglio federale, è che spesso non comprendano fino in fondo l’essenza del nostro Cantone, dell’essere ticinese. I romandi in maniera particolare non ci hanno mai perdonato il voto del 1992 contro lo Spazio economico europeo, e in generale l’euroscetticismo presente a Sud delle Alpi; credo invece che il Ticino abbia in quell’occasione salvato la Svizzera dall’adesione all’UE. Sono convinto che nella Svizzera francese non molleranno tanto facilmente il loro terzo seggio. In quell’eventualità dovremo quindi continuare come consiglieri di Stato a lavorare per gli interessi del Ticino, come i fatti hanno dimostrato in questi ultimi anni, anche senza un consigliere federale ticinese».

Lei fu contestato da sinistra, mentre il Mattino ha già iniziato il tiro al bersaglio sul PLR. Vuole lanciare un messaggio al settimanale del suo partito, o, in fondo, questa è dialettica e sana contrapposizione?

«L’ha detto lei: si tratta di sana dialettica e fa parte del gioco delle parti e – passatemi il gioco di parole – ne facciamo parte tutti noi politici. Preferisco la schiettezza al finto sostegno di facciata, e parlo per esperienza».

Meglio presentarsi a Berna con un solo candidato o sarebbe opportuno potarne almeno due?

«Conoscendo le dinamiche a Palazzo federale, e percependo dai media l’aria che tira a Berna in queste settimane sulla candidatura di un o una ticinese, credo sia più saggio avere una rosa di più nomi tra i quali scegliere. Un’unica candidatura potrebbe non essere vissuta bene dai parlamentari, che potrebbero intenderla come un’imposizione e quindi boicottarla. È vero, in passato ci sono state delle eccezioni, ma ricordo anche candidature “selvagge” che comunque sono andate a buon fine».

 

(Intervista di Gianni Righinetti)

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