Permessi, il casellario resta

Permessi, il casellario resta

Da LaRegione del 12 maggio 2016

Casellario giudiziale, il provvedimento straordinario voluto dal Dipartimento delle istituzioni, con 33 permessi negati su 17.468 domande, è stato giudicato efficace anche dal Governo all’unanimità – Una variante «eurocompatibile» sarà elaborata entro un anno.

Sulla fiducia. Il Consiglio di Stato ha deciso di giocarsela così. Provando a distendere i rapporti tra Roma e Berna promettendo, entro l’entrata in vigore dell’accordo fiscale, una misura di sicurezza e di ordine pubblico per chi richiede un permesso di soggiorno compatibile con il diritto internazionale. Ma nel frattempo nessun dietrofront: la richiesta sistematica dell’estratto del casellario giudiziale per tutti i cittadini Ue/Stati Terzi che chiedono il rilascio o il rinnovo di un permesso di dimora (il ‘B’) o per frontalieri (‘G’) resta in vigore. E questo nonostante da parte italiana sia stato più volte manifestato sconcerto per la misura voluta dal Dipartimento delle istituzioni, con la Svizzera federale a domandare al Ticino di revocare il provvedimento per permettere ai due Stati di concludere, con la firma prevista a luglio, le trattative fiscali in corso. La strategia è stata decisa all’unanimità dal governo cantonale ieri, che ha preso atto del bilancio a un anno dall’introduzione della “misura straordinaria” e ne ha condivisi gli obiettivi in termini di efficacia. «Prima di tutto constatiamo come non vi sia stata discriminazione – ha rilevato il presidente Paolo Beltraminelli incontrando la stampa –. Nel 99% dei casi il permesso è stato rilasciato». Mentre «a livello di sicurezza, 192 domande hanno richiesto valutazioni più approfondite, che hanno condotto in 33 casi a negare il permesso a persone potenzialmente pericolose». Detto dei risultati, l’Esecutivo ha quindi deciso di «incaricare il Dipartimento delle istituzioni di presentare entro un anno delle varianti compatibili con il diritto internazionale». Nel frattempo, come detto, la richiesta sistematica dell’estratto del casellario «resta in vigore». Dovrà essere sostituita da una misura analoga (ma legalmente più solida) da attuare «al più tardi con l’entrata in vigore degli accordi fiscali con l’Italia, verosimilmente non prima del 1° gennaio 2018».

Basterà questa garanzia a distendere i rapporti bilaterali e condurre in porto (infine) le trattative? «Il gesto lo abbiamo fatto – risponde ancora il presidente del Consiglio di Stato –. Noi crediamo di aver fatto i passi attesi a favore di un accordo che riteniamo importante, così come riteniamo importante muoverci a difesa del nostro territorio». Quanto riferito ieri pubblicamente sarà scritto nero su bianco in una missiva indirizzata al consigliere federale Ueli Maurer, a capo del dossier fiscale. «Il contenuto della lettera dovrebbe rasserenare Berna – prosegue Beltraminelli –. È chiaro che bisogna dare fiducia al Ticino e all’impegno che ci siamo presi nel trovare una variante compatibile, ma altrettanto efficiente. Noi riteniamo, in questo modo, di intraprendere quegli sforzi necessari per non essere d’intralcio alla conclusione delle trattative». Bisognerà capire se basterà questo impegno, messo nero su bianco all’indirizzo di Maurer, a scongelare non soltanto il ministro delle Finanze, ma soprattutto la controparte italiana.

BOTTA… – Gobbi: ‘L’Italia sa essere formale solo quando vuole’

«Trentatré persone potenzialmente pericolose non sono giunte sul nostro territorio. La richiesta sistematica dell’estratto del casellario giudiziale si è rivelata una misura equa ed efficace». Così Norman Gobbi , capo del Dipartimento delle istituzioni, presenta alla stampa il bilancio a un anno dall’introduzione del provvedimento. «Un provvedimento di sicurezza e di ordine pubblico, non economico, come qualcuno ha voluto sostenere». E che gode di un sostegno piuttosto compatto, come ha ricordato ancora il consigliere di Stato: in primis del Gran Consiglio, che tramite risoluzioni votate dal plenum ha tentato (con poca fortuna) di difenderlo a Berna (settimana scorsa l’incontro con la Commissione degli Stati, vedi ‘laRegione’ di mercoledì); poi anche da 12’192 cittadini, che hanno sottoscritto la petizione lanciata dalla Lega; e non da ultimo «dai cittadini stranieri richiedenti, che non hanno mai reclamato per la pretesa. Vale il vecchio adagio: ‘Chi non ha nulla da nascondere, non ha nulla da temere’». Ieri, come detto, si è aggiunto l’appoggio del collegio governativo, che ha chiesto al Dipartimento di studiare una misura che porti agli stessi risultati, ma che sia compatibile con gli accordi bilaterali. «L’anno di tempo concesso dall’Esecutivo ce lo prenderemo tutto – afferma ancora Gobbi –. Mi permetto di osservare comunque che c’è un Paese vicino a noi (l’Italia, ndr) che sa essere molto formale quando vuole, e meno quando gli fa comodo. Ad esempio sostenendo che la nuova imposizione fiscale per i frontalieri dopo la firma andrà a regime solo nel giro di 5-10 anni…».

… E RISPOSTA – ‘Numeri alla mano la misura è inutile’
Le prime reazioni che giungono da oltre confine sono critiche. La “distensione” auspicata sembra lontana… «Per noi è inaccettabile che rimangano norme discriminatorie – commenta perentorio Mauro Guerra , deputato alla Camera per il Pd –. Bisognerà che la misura sia sottoposta a verifica all’interno della Confederazione: è evidente che ci sono posizioni diverse e il Ticino da tempo va per la sua strada. Una linea che alla fine però dovrà fare i conti con la convergenza tra Italia e Svizzera». «La rigidità non aiuta nessuno – aggiunge Antonello Formenti , consigliere regionale lombardo (Lega) –. Il dato emerso riguardo ai permessi negati non è così significativo per prendere una posizione netta». Ancor più deluso Alessandro Fermi , sottosegretario alla presidenza della Regione Lombardia, che aveva partecipato all’incontro tra Roberto Maroni e Norman Gobbi, quando il primo aveva definito la misura “vessatoria”. «Gobbi aveva promesso di verificarne l’utilità. La decisione presa oggi (ieri, ndr) è offensiva: numeri alla mano la misura risulta inutile. La parola che aveva dato era un’altra».

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